Il mio dilemma amletico è: rimpianti o rimorsi?
Non sento di avere rimpianti perché ho sempre imparato molto dalle cose che ho deciso o sono stata costretta a fare; però ho un grosso, tormentoso rimorso.
Adoro le parole che sembrano sinonimi ma non lo sono, che vanno chiarite e approfondite, come sapere e conoscere, avere e possedere, ascoltare e sentire. Rimpiango di aver fatto per tantissimo tempo un lavoro che mi stava, quasi letteralmente, uccidendo? Assolutamente no, perché in quei dolorosi mesi ho solidificato le mie certezze riguardo a come non voglio mai comportarmi, sia con gli adulti che coi bambini (ma questa è una storia per un altro capitolo di questo diario). Con questo stesso criterio, non rimpiango di aver mollato un'università che mi provocava principalmente stress, noia, malinconia e crisi di pianto.
I piatti della bilancia erano troppo impari: da una parte, i tre esigui corsi che mi hanno stimolata (tutti inerenti al cinema, mi pare ovvio) e la fugace soddisfazione di aver preso una sfilza di trenta e di lodi; dall'altra, la vasta vacuità che la sola idea di andare a lezione o studiare per gli esami mi faceva provare.
L'unica persona con cui ho fatto amicizia all'università era un ragazzo fuori corso che frequentava letteratura italiana con me (esame mai sostenuto, ma lui ha il mio senso dell'umorismo, apprezza i miei stessi film, dunque mi fa ricordare quel corso con un sorriso) e che non ho mai più visto, dopo la fine di quell'anno accademico. Essere circondata da gente che faceva amicizia, usciva il giovedì sera, studiava insieme mi faceva sentire un'incapace, inapprodabile asociale; e penso sia un riflesso automatico, un gioco di specchi neri: se ti senti asociale, non hai il coraggio di fare amicizia, e la gente che magari potrebbe anche piacerti non prova interesse a rivolgerti la parola.
Ma mica si va all'università per fare amicizia, no? Si va per imparare. E sicuramente ho imparato un sacco di cose, di storia, di letteratura, di filosofia, di cinema; ricordo con entusiasmo i momenti "epici" della mia carriera (un trenta al primo esame, un trenta e lode per una tesina sul Re Leone scritta, penso, in venti minuti, le accese discussioni al laboratorio di analisi del film...) ma con altrettanto fervore ricordo le penne lanciate contro il muro, urlando di frustrazione, le lacrime e gli attacchi di panico, le ore passate a chiedermi perché mai avevo deciso di imbarcarmi su questa nave indirizzata verso un mare immenso, senza possibilità di raggiungere terra prima di affondare.
Poi, il panico vero. L'orrore dell'immensa delusione. La perdita della borsa di studio per mancanza di fondi. Non mi pento della decisione che ho preso, ovvero andare a lavorare.
Però ho ancora fame delle meraviglie esposte sul piatto positivo della bilancia. Ho fame di conoscenza, di scoperte, di discussioni, e sul mio posto di lavoro non è facile, anzi, è quasi impossibile, trovare qualcuno con cui parlare di questi temi che tanto mi appassionano, qualcuno che mi stimoli a solcare nuove rotte della conoscenza.
Leggo tantissimo, cerco di approfondire i temi di attualità (lavoro in mezzo a giornali e riviste non solo perché hanno un buon odore) e di riflettere grazie a voci lontane (non amo molto la tecnologia ma le sono molto grata per come mi aiuta a contattare amici e parenti che non posso vedere di persona ogni giorno). Ma mi manca studiare, mi manca quell'impronta accademica che mi impone di stare all'erta, per timore dell'incombenza di un esame; sono uno strano esemplare di perfezionista, e vorrei potermi ricordare ogni singola parola pronunciata dai professori.
Ma i ritmi universitari sono improponibili, per me. Quei lunghi periodi di degenza intervallati da frenetiche settimane di studio matto e disperatissimo... non fanno per me. Ho bisogno di calma e costanza, e di linearità; i miei professori riuscivano raramente ad essere lineari, anzi, molto spesso durante le lezioni prendevo solo tre o quattro righe di appunti, estrapolati da ore e ore di divagazioni (anche se ricordo con un certo affetto un anziano professore di storia della lingua italiana che adorava parlarci del suo gatto pestifero).
Quindi mi sono iscritta ad un'università online. Le lezioni sono brevi, concise, preparate ad hoc per essere fruite anche da studenti stranieri; i seminari sono meravigliosamente stimolanti e "frequentare" altre aule mi fa sentire un po' come se stessi vivendo un'esperienza che mi è mancata totalmente: l'Erasmus.
Ho cominciato di buona lena e spero di riuscire a mantenere il passo, appunto perché è tutto così gradevole e abbordabile, e penso che non ci siano molte cose più belle che una persona si possa fare, che imparare cose nuove.
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