mercoledì 23 ottobre 2019

Evergrowing - Lista di libri che voglio leggere ai miei (eventuali) figli

Ci sono storie famose che trovo... noiose. In qualunque versione. Da Cenerentola al Libro della Giungla, non li trovo stimolanti (anche perché di solito i libri a disposizione al riguardo sono trasposizioni dei film Disney, e per quanto io adori i film Disney, mi sembra uno spreco spendere soldi in albi illustrati copiando, più o meno bene, i disegni dei cartoni animati) e, semplicemente, vorrei che i miei eventuali nanerottoli avessero titoli più particolari, nel loro bagaglio culturale di base.
Qui voglio piazzare i titoli che mi sono piaciuti da matti e che non vedo l'ora di poter leggere ad un pargoletto (magari non un figlio, chissà, potrei anche diventare la zia figa piena di libri belli e antichi dvd) dalla mente pronta ad assorbire tutti i nutrienti fantastici di cui ha bisogno.

1) Calo subito l'asso di cuori con due degli autori più sfavillanti che l'Inghilterra abbia sfornato (e ne ha sfornati davvero una quantità immensa): maestro e discepolo, il primo che ci ha dato titoli storici come Matilde e il GGG, ed il secondo che ad ogni nuova uscita mi stupisce.
Di Roald Dahl voglio avere TUTTO, adoro il modo in cui rivendica i diritti dei bambini e sottolinea la loro complessità innata; di David Walliams ho AMATO immensamente The Boy in the Dress, che sempre con lo spirito onesto e aperto di Dahl parla di identità di genere e accettazione dell'espressione personale, che non può stare tutta costretta sotto ad una semplice etichetta stereotipata. Il fatto che contenga citazioni a Doctor Who, poi, non ha minimamente influenzato la mia ammirazione...

2) Da bambina sognavo di vivere nei boschi con Robin Hood e non so bene per quale motivo, visto che il cartone non mi piaceva granché: era l'idea di avere una foresta mia, un mio regno, in cui vivere circondata da animali e giustizia. Peccato che Katherine Rundell non avesse ancora cominciato a scrivere, all'epoca, perché il suo romanzo La Ragazza dei Lupi mi avrebbe decisamente dato la spinta definitiva per scappare di casa e andare a costruirmi una tana in mezzo agli alberi. Come il libro numero 1, anche qui si tratta di fregarsene degli stereotipi riguardo al proprio sesso (il coprotagonista è un soldato che vuole fare il ballerino, e mai mai mai viene sminuito o preso in giro o trattato con condiscendenza per questo) e contiene un elemento rarissimo, nella letteratura per bambini: la protagonista vuole un mondo di bene alla sua mamma, che è una tizia tosta un bel po', e che non muore. L'antagonista fa paura per davvero, l'avventura è epica e... ci sono i lupi. Tanti lupi dalla personalità definita, che comunicano con la bimba protagonista non per magia, ma rendendola parte del branco. Lo trovo il libro perfetto per accucciarsi con dei bimbi sotto le coperte mentre fuori nevica...

3) Ancora non abbiamo mosso un passo fuori dall'Inghilterra, lo so. Ma c'è la Rowling, ed io non posso crescere i miei figli senza l'idea che un giorno riceveranno la lettera per Hogwarts! Comunque c'è un'altra persona britannica che sa come si parla di maghi e di streghe, con un senso dell'umorismo che io trovo esilarante e che non mi stanca mai: il compianto sir Terry Pratchett, che sa parlare di donne, di famiglia, di insegnamento e di magia come nessun altro. Qualunque suo titolo è perfetto per introdurre i fanciulli al fantasy, ma a me stanno particolarmente a cuore le sue storie di streghe. Anche quelle con protagonista la Morte non scherzano... ed i film in cui sono stati adattati i suoi romanzi hanno quell'estetica da film a scarso budget della domenica pomeriggio, che io non riesco a fare a meno di adorare e voler condividere.

4) Non c'è niente che questo uomo abbia scritto che non mi sia piaciuto.
Da bimba avrei voluto rubare Le Avventure di Cipollino dalla biblioteca della scuola, ma poi mi sono detta che non avrei mai potuto privare altri bambini di una storia così incredibilmente divertente e appassionante. Si tratta di Gianni Rodari, tesoro nazionale insieme a Italo Calvino e Carlo Collodi (non potevo menzionare la sacra triade dei nostri signori della favola). Non c'è un titolo preciso che sento vada inserito senza meno in questa lista, perché ogni sua storia è fuori dal comune; i suoi personaggi, da Giovannino Perdigiorno al Barone Lamberto, sono ideali compagni d'infanzia, quindi non metto nessuna copertina precisa.
Dove miri becchi bene, con Gianni Rodari.

5) Qui devo ringraziare la mia mamma, che conosce i miei gusti da prima che li conoscessi io stessa, e che mi comprò Streghetta Mia di Bianca Pitzorno quand'ero ancora all'asilo e il mio momento preferito della giornata era quello in cui qualcuno mi leggeva qualcosa, libri per bimbi o articoli di La Repubblica che fossero. Streghetta Mia è assurdo e spassoso, con un antagonista disgustoso ed illustrazioni ipnotiche; a causa di questo libro prima ancora di Harry Potter ho sognato di scoprire anch'io, un giorno, di avere dei poteri magici, e questo penso che sia una fase stimolante, formativa e semplicemente spassosa dell'infanzia... cercare di immaginare cosa si farebbe se si avesse una bacchetta, dove si andrebbe se si avesse una scopa volante... non c'è fase migliore e più importante di quella dello sviluppo immaginativo, secondo me.

sabato 19 ottobre 2019

Un podcast come Welcome to Nightvale

C'è un'amichevole comunità nel deserto dove tutti sono costantemente in pericolo, ma che nessuno vorrebbe mai abbandonare. Beh, forse non potrebbe nemmeno se ci provasse... ci sono portali spaziotemporali/dimensionali, draghi multicefali e nuvole dagli immensi poteri cosmici e dal brutto carattere, che potrebbero non gradire questi tentativi di abbandono.
Qui lavora Cecil, uno speaker radiofonico talmente devoto alla sua carriera da aver fatto questo lavoro più di una volta, nelle sue diverse linee temporali e anche nelle altre dimensioni. Cecil dice verità che hanno del meraviglioso, come: "c'è una sottile linea semantica tra strano e meraviglioso, e questa linea è coperta di meduse".


Welcome to Nightvale ha un fascino incontrastabile, per me. Onirico, inquietante, filosofico, esilarante, me ne sono innamorata al primo ascolto, appena ho sentito parlare dell'inaugurazione del nuovo parco per cani, in cui è tassativamente vietato entrare, e sarebbe anche meglio non passarci vicino, per non disturbare le misteriose creature incappucciate che fluttuano al suo interno.
Cecil ha una voce profonda e penetrante che ha del magico: riesce a dire cose incredibilmente nichiliste con una tale dolcezza (vedi: la morte è la fine solo se pensi che la storia sia su di te) da farle accettare come inevitabile verità. Se gli episodi non finissero ricordandomi che ci sono due autori, alle spalle di queste parole, me ne scorderei puntualmente, da quanto trovo immersiva l'esperienza di ascolto di questo podcast.
Ha quel potere delle belle opere ambientate in posti inesistenti, ma che diventano inevitabilmente veri, come Derry: entrambe sono città in cui è a dir poco rischioso vivere, ma se fosse possibile trasferirmici, lo farei all'istante.

A Nightvale ci sono gli angeli, che sono ricchi ma molto servizievoli e si chiamano tutti Erica; hanno avuto un po' di problemi perché il governo negava la loro esistenza, ma ci stanno lavorando.
A Nightvale, per la precisione, a casa tua, vive un'anziana donna senza viso a cui non piace come metti in ordine le cose. C'è un'alta possibilità che dentro casa tua ci sia un varco verso l'ignoto che potrebbe cambiare la tua personalità... sempre che sia tu, quello che ritorna da quel varco.

 A Nightvale ci sono tante di quelle cose che vorrei elencare per rendere loro onore, che potrei non finire più di scrivere, eppure non riuscirei comunque a dare l'idea di cosa significa per me, non saprei descrivere l'immensità della forza di quest'opera d'arte, che ho addirittura voluto tatuarmi sulla pelle.


Particolarismo e universalità: credo che sia questo, oltre all'irresistibile charme dell'horror fantascientifico (circa quasi... possiamo inventare il termine high sci-fi per parlare di un'opera in cui ci sono rimandi a Stargate, ma anche a Dragonheart?), che mi incatena a Nightvale. Tutti gli abitanti di questa città hanno una stupefacente tridimensionalità, ed enormi, accattivanti archi evolutivi: in particolare il personaggio di Steve, che io stessa sopportavo a stento, all'inizio, ma a cui sono bastate cinque parole per farmelo amare immensamente (MY DAUGHTER IS NOT BROKEN, mamma mia, quanto mi ha fatto singhiozzare quella scena!). Ogni episodio fa ridere, stranire, piangere, preoccupare, spaventare; potrei dire che è divertente, ma non è sminuente? Certamente intrattiene, affascina, coinvolge, si ha come l'impressione che ogni episodio sia troppo corto (fortuna che ce ne sono già più di 150, oltre ai romanzi, gli show dal vivo...), troppo strano, troppo vero.



Cecil aggiorna su tutti i cambiamenti politici, sociali, anche economici, emotivi che avvengono nella sua comunità; lui stesso non vede l'ora di farci sapere come va la sua bellissima storia d'amore col sexy scienziato Carlos, e parla direttamente a noi, anzi, a te, e fa sempre venire voglia di prendere il telefono e chiamare in radio. Ogni volta che dice buonanotte, Nightvale, buonanotte, mi si stringe la gola da quanto sono innamorata di questo mondo, e dalla consapevolezza che mai mai mai riuscirò a descrivere quanto lo amo.

venerdì 18 ottobre 2019

Una canzone come "1950" di King Princess

Non sono autorizzata a parlare di canzoni a livello musicale, perché non ho nessun tipo di conoscenza al riguardo oltre a una manciata di accordi di ukulele e vaghi ricordi di come si fanno le note col flauto; però ho una certa familiarità con le parole e l'importanza della rappresentazione, e mi sono appena innamorata di un pezzo, quindi di questo voglio parlare.

Si tratta di 1950 di King Princess e a livello di canzone è carina, niente di sconvolgente nemmeno per me che sono totalmente digiuna di competenze musicali; però nel testo c'è una perla di abbagliante tenerezza, che sento il bisogno di appuntare qui.

So tell me why my gods look like you
And tell me why it's wrong


"E dunque dimmi perché i miei Dei hanno il tuo aspetto, e perché questo è sbagliato"

Uno dei commenti sotto al video mi ha dato da pensare: una ragazza ha voluto condividere l'entusiasmo con cui i suoi genitori, profondamente omofobi, cantano questa canzone senza sapere che parla della storia d'amore tra due ragazze. Il video lo rende molto chiaro, ma l'ascolto no: come un gioco di carte, che sembra un incantesimo per chi lo vede, ma il cui segreto è ben chiaro a chi conosce il trucco.
La canzone sembra totalmente innocua, carina e orecchiabile, ma chi ha orecchie per sentire le rizza appena sente queste parole, malinconiche e gravose, in cui la cantante si chiede perché qualcosa di meraviglioso come il suo amore, per alcuni, può risultare fastidioso, innaturale, sbagliato. 

Il testo continua dicendo: "spero che sarai felice con me per tutta la vita, spero che tu non te ne vada", che sono parole neutre perché sono parole d'amore, e l'amore non è preimpostato. Sono parole che qualunque persona innamorata può dire a chi ama, anche un marito che odia i gay alla sua mogliettina di vedute affini, non sapendo che sono state scritte da una ragazza che ne ama un'altra.

Tutto qui, per oggi: un piccolo appunto su una piccola canzone, che non voglio dimenticare.

mercoledì 16 ottobre 2019

Farmi del bene

Il mio dilemma amletico è: rimpianti o rimorsi?
Non sento di avere rimpianti perché ho sempre imparato molto dalle cose che ho deciso o sono stata costretta a fare; però ho un grosso, tormentoso rimorso.

Adoro le parole che sembrano sinonimi ma non lo sono, che vanno chiarite e approfondite, come sapere e conoscere, avere e possedere, ascoltare e sentire. Rimpiango di aver fatto per tantissimo tempo un lavoro che mi stava, quasi letteralmente, uccidendo? Assolutamente no, perché in quei dolorosi mesi ho solidificato le mie certezze riguardo a come non voglio mai comportarmi, sia con gli adulti che coi bambini (ma questa è una storia per un altro capitolo di questo diario). Con questo stesso criterio, non rimpiango di aver mollato un'università che mi provocava principalmente stress, noia, malinconia e crisi di pianto.
I piatti della bilancia erano troppo impari: da una parte, i tre esigui corsi che mi hanno stimolata (tutti inerenti al cinema, mi pare ovvio) e la fugace soddisfazione di aver preso una sfilza di trenta e di lodi; dall'altra, la vasta vacuità che la sola idea di andare a lezione o studiare per gli esami mi faceva provare.
L'unica persona con cui ho fatto amicizia all'università era un ragazzo fuori corso che frequentava letteratura italiana con me (esame mai sostenuto, ma lui ha il mio senso dell'umorismo, apprezza i miei stessi film, dunque mi fa ricordare quel corso con un sorriso) e che non ho mai più visto, dopo la fine di quell'anno accademico. Essere circondata da gente che faceva amicizia, usciva il giovedì sera, studiava insieme mi faceva sentire un'incapace, inapprodabile asociale; e penso sia un riflesso automatico, un gioco di specchi neri: se ti senti asociale, non hai il coraggio di fare amicizia, e la gente che magari potrebbe anche piacerti non prova interesse a rivolgerti la parola.
Ma mica si va all'università per fare amicizia, no? Si va per imparare. E sicuramente ho imparato un sacco di cose, di storia, di letteratura, di filosofia, di cinema; ricordo con entusiasmo i momenti "epici" della mia carriera (un trenta al primo esame, un trenta e lode per una tesina sul Re Leone scritta, penso, in venti minuti, le accese discussioni al laboratorio di analisi del film...) ma con altrettanto fervore ricordo le penne lanciate contro il muro, urlando di frustrazione, le lacrime e gli attacchi di panico, le ore passate a chiedermi perché mai avevo deciso di imbarcarmi su questa nave indirizzata verso un mare immenso, senza possibilità di raggiungere terra prima di affondare.
Poi, il panico vero. L'orrore dell'immensa delusione. La perdita della borsa di studio per mancanza di fondi. Non mi pento della decisione che ho preso, ovvero andare a lavorare.

Però ho ancora fame delle meraviglie esposte sul piatto positivo della bilancia. Ho fame di conoscenza, di scoperte, di discussioni, e sul mio posto di lavoro non è facile, anzi, è quasi impossibile, trovare qualcuno con cui parlare di questi temi che tanto mi appassionano, qualcuno che mi stimoli a solcare nuove rotte della conoscenza.
Leggo tantissimo, cerco di approfondire i temi di attualità (lavoro in mezzo a giornali e riviste non solo perché hanno un buon odore) e di riflettere grazie a voci lontane (non amo molto la tecnologia ma le sono molto grata per come mi aiuta a contattare amici e parenti che non posso vedere di persona ogni giorno). Ma mi manca studiare, mi manca quell'impronta accademica che mi impone di stare all'erta, per timore dell'incombenza di un esame; sono uno strano esemplare di perfezionista, e vorrei potermi ricordare ogni singola parola pronunciata dai professori.
Ma i ritmi universitari sono improponibili, per me. Quei lunghi periodi di degenza intervallati da frenetiche settimane di studio matto e disperatissimo... non fanno per me. Ho bisogno di calma e costanza, e di linearità; i miei professori riuscivano raramente ad essere lineari, anzi, molto spesso durante le lezioni prendevo solo tre o quattro righe di appunti, estrapolati da ore e ore di divagazioni (anche se ricordo con un certo affetto un anziano professore di storia della lingua italiana che adorava parlarci del suo gatto pestifero).
Quindi mi sono iscritta ad un'università online. Le lezioni sono brevi, concise, preparate ad hoc per essere fruite anche da studenti stranieri; i seminari sono meravigliosamente stimolanti e "frequentare" altre aule mi fa sentire un po' come se stessi vivendo un'esperienza che mi è mancata totalmente: l'Erasmus.
Ho cominciato di buona lena e spero di riuscire a mantenere il passo, appunto perché è tutto così gradevole e abbordabile, e penso che non ci siano molte cose più belle che una persona si possa fare, che imparare cose nuove.

martedì 15 ottobre 2019

Un film come Secretary

Si dice che l'amore sia una debolezza ed io concordo: a livello filmico, le storie d'amore sono (quasi) sempre deboli. Suppongo che sia perché la maggior parte degli sceneggiatori hollywoodiani ha più voglia di immaginare il proprio alter ego attorniato da deliziose donnine succinte, piuttosto che narrare di come l'amore funziona veramente, o almeno provarci.


Penso che i problemi fondamentali siano tre: vanità, superficialità e incomprensione.
Per vanità intendo che la maggior parte degli scrittori, e di conseguenza anche gli sceneggiatori, vive attraverso i propri personaggi; la vanità è la sorella gemella dell'insicurezza, e in ambienti in cui il gioco di potere è spaventoso e subdolo come in quello del cinema, è una conseguenza quasi naturale, quella di produrre film con cui realizzare le proprie personali fantasie (e da qui sgorgano milioni di scene con scollature generose, addominali scolpiti, sorrisi sghembi e scene "romantiche" che non si discostano molto dalla rappresentazione di uno stupro o una manipolazione emotiva).
Questa superficialità con cui vengono trattati gli stereotipi del romanticismo andrebbe abolita: è talmente insinuata dentro l'immaginario collettivo da essere, semplicemente, pericolosa. Quanti film ci sono in cui il protagonista è un cafone bugiardo che si fa perdonare tutte le sue nefandezze con un grande gesto? Sono colpevoli di perpetrare la rovinosa idea "il mio fidanzato/la mia fidanzata è una persona tremenda, ma sa farsi perdonare". L'amore fatto bene non si fa perdonare: l'amore fatto bene non fa male. Ma è molto più scenico, più epico, rappresentare stanze piene di fiori, canzoni emozionanti e doni spropositati, piuttosto della lagnosa storia di due amanti che si rispettano.
Un serpente che si morde la coda: i film ci hanno insegnato un tipo di amore vanitoso, superficiale e sbagliato, noi lo abbiamo imparato, e portiamo avanti la sua eredità, scrivendo sempre più libri e sempre più sceneggiature con al centro un tipo di relazione che potrà sembrare romantica, ma che è semplicemente tossica.
La classica storia d'amore "lui è un casinista e lei una perfettina", come tutte le sue varianti, si appoggia sul sempreverde alibi della CO-DIPENDENZA. Io aborro tutto questo per un semplice motivo: la co-dipendenza, rappresentata in questo modo, giustifica e illude tutte le persone che sono in una relazione dannosa, convincendole di vivere in una favola da film. Il punto, e non penso sia nemmeno tanto difficile da afferrare, è che in una relazione di co-dipendenza non ci può essere un membro che beneficia della situazione e un membro che subisce e basta. Sempre prendendo il caso della "love story" tra disordinato e maniaco dell'ordine: il primo è in una posizione di vantaggio, perché grazie alla presenza del secondo evita di vivere in un letamaio; ma il secondo non prova piacere a ritrovarsi calzini nel cassetto delle posate, quindi non vivono una storia d'amore, ma di prigionia emotiva.
In sostanza: il peggior difetto di un partner è accettabile solo e unicamente se non apporta danni all'altra persona... e nei film d'amore standard non è così.
Il mio film d'amore preferito, anzi, forse l'unico che mi piace davvero, è la perfetta rappresentazione di co-dipendenza positiva. Parla forse di un critico gastronomico che si innamora di una chef? Eheh. No. Parla dell'amore tra un sadico e una masochista.

"Secretary" è un film del 2002 diretto da Steven Shainberg (ha diretto anche "Fur", con Nicole Kidman) e tratto da uno dei racconti raccolti in "Bad Behaviour" di Mary Gaitskill (1988). Le somiglianze con 50 Sfumature si sprecano, a partire dal cognome di lui, ma la differenza principale è a dir poco fondamentale: la protagonista di 50 sfumature non ama il sesso violento, non le piace il dolore, non vuole sotto nessun aspetto venire dominata da Mr. Grey; la protagonista di Secretary sì, eccome.
Spero che si cominci a delineare bene l'importanza che do al consenso, alla richiesta, alla voglia: una coppia deve comporsi da due persone che hanno gli stessi desideri, complementari o speculari che siano. Non dico che una persona che ama andare in vacanza al mare debba per forza sposarsi un surfista; ma una persona che ama il mare, e costringe il suo partner allergico alla salsedine ad andare in spiaggia ogni giorno, giocandosi sempre la carta del "se mi ami devi farlo per me"... dovrebbe affogare. Sul serio.

La protagonista di Secretary, Lee, è incastrata in una vita su cui non ha controllo. La sua famiglia la ignora, il suo fidanzato è un ometto insignificante; l'unica cosa che la fa sentire viva è il dolore, e per questo è stata costretta a passare del tempo in un ospedale psichiatrico. Una volta uscita da lì trova lavoro come segretaria per un avvocato di dubbia fama, un uomo schivo, misterioso, pretenzioso; non trova soddisfazione nemmeno in questa nuova occupazione, quindi non smette di procurarsi piccole ferite anche mentre è in ufficio.
Lui lo scopre. A lui piace, perché è il dolore degli altri che lo eccita, che gli fa pulsare il sangue. In un film qualunque (vedi anche 50 sfumature) lui non farebbe nulla, anzi, incoraggerebbe lei a continuare così, a dare spettacolo per lui; invece l'avvocato Grey non lo fa, anzi, impone a Lee di liberarsi di questa mania, di smetterla di ferirsi, e non lo fa con discorsini edulcorati e pseudopoetici sull'importanza della vita e del rispetto verso il proprio ordine: glielo comanda, glielo ordina, perché lui è un dominatore ed è questo il tipo di rapporto che lui conosce.
Lei obbedisce. Lei è una succube e farebbe qualunque cosa per lui, con piacere, con la sincera e onesta voglia di farlo, e soprattutto con la consapevolezza che lui non le farebbe mai (troppo) male.
Qui sta il punto fondamentale: che l'amore dovrebbe essere generoso, e attento. Una sculacciata può far male, ma se viene richiesta, e non ci si sente a disagio a darla, va data. Non è così difficile, in teoria, ma a quanto si tratta di un concetto astruso e rivoluzionario.

Questo film mi piace tantissimo anche per gli aspetti tecnici: la fotografia è strana, spesso "sbagliata", poco lusinghiera nei riguardi dei protagonisti. Non ci mostra un idillio posticcio tra due tizi belli belli in modo assurdo, ma anzi, molto spesso i volti dei protagonisti sono brutti, per i canoni estetici di Hollywood -e, quindi, più simili ai volti che vediamo ogni giorno nella vita vita, piuttosto che a quelli che affollano i cartelloni.
La colonna sonora è fatta da quel pezzo da novanta di Angelo Badalamenti, grazie a cui i film di Lynch riescono ad essere ancora più estranianti di quanto già non siano.

Ma quello che rende Secretary diverso da qualunque altra commedia romantica (sì, è una commedia, non quel tipo di commedia che fa battute sui rutti o le ciccione, ma una rara, raffinata, sottile commedia che gioca sul silenzio e sulla poesia) è che i due amanti si vogliono bene. Scoprono di volersi bene, lentamente, come in qualunque relazione davvero solida; tengono l'uno all'altra, si desiderano e vogliono essere felici insieme -lui arriva, infatti, a lasciarla, perché non vuole continuare a farle del male fisico tutte le volte che fa l'amore con lei, e la incoraggia a vivere una vita "normale"; ma lei gli si oppone, per una volta nella sua vita prende il controllo e impone la sua decisione: con lui, per sempre.




lunedì 14 ottobre 2019

Mi pare di non parlare abbastanza

Mi rendo conto che si tratta di un'illusione; forse una bugia, forse una missione.
Sono tremendamente logorroica. Mi ripeto, ragiono ad alta voce, cerco di sviscerare ogni mio pensiero riguardo a ciò che amo e ciò che odio, in ogni video che faccio, e questo è un bel problema perché:

1) non ne faccio abbastanza rispetto a quanti vorrei;
2) non posso fare video di novanta minuti ogni volta che apprezzo o vorrei dare fuoco ad un film o un libro: per poter rendere il discorso coerente tolgo un sacco di materiale che potrebbe anche risultare divertente e/o interessante, ma che esula troppo dall'argomento principale;
3) dopo la pubblicazione mi rendo sempre conto di non aver parlato di un aspetto fondamentale, o di aver usato male un verbo, o aver dato un'informazione sbagliata, e questo mi fa imbestialire perché non posso cancellare il video e rifarlo da capo, o fare un altro video "errata corrige".

Il mio lavoro rende complicato fare video. Sto nel mio negozio per più di metà della giornata, e vengo costantemente interrotta dall'arrivo dei clienti, che mi fanno perdere il filo del discorso e rendono i miei video difficili da montare; non posso girare video a casa mia nel cuore della notte perché disturberei il sonno di tutti (me compresa); e sento molto il peso dell'attualità sui video che faccio. Mi spiego: spesso mi innamoro di libri o film datati, che io sono convinta possano interessare anche ad altri, ma il cui solo titolo mi fa sentire in ritardo - come se fossi un critico gastronomico e me ne venissi fuori dicendo che oh, la pizza è un piatto delizioso! Grazie al mestolo, lo sappiamo già tutti.

Quindi sono qui a parlare delle cose che non dico. Ad aggiungere ai video che ho pubblicato cose che ho dovuto tagliare, o di cui mi sono dimenticata; ad elogiare i pregi o spulciare i difetti delle opere che ho visto o letto; ad aggruppare in un piccolo diario elettronico tutte le cose di cui non mi voglio scordare e che rendono la mia vita un po' più ricca di curiosità, risate e riflessioni.