Si dice che l'amore sia una debolezza ed io concordo: a livello filmico, le storie d'amore sono (quasi) sempre deboli. Suppongo che sia perché la maggior parte degli sceneggiatori hollywoodiani ha più voglia di immaginare il proprio alter ego attorniato da deliziose donnine succinte, piuttosto che narrare di come l'amore funziona veramente, o almeno provarci.

Penso che i problemi fondamentali siano tre: vanità, superficialità e incomprensione.
Per vanità intendo che la maggior parte degli scrittori, e di conseguenza anche gli sceneggiatori, vive attraverso i propri personaggi; la vanità è la sorella gemella dell'insicurezza, e in ambienti in cui il gioco di potere è spaventoso e subdolo come in quello del cinema, è una conseguenza quasi naturale, quella di produrre film con cui realizzare le proprie personali fantasie (e da qui sgorgano milioni di scene con scollature generose, addominali scolpiti, sorrisi sghembi e scene "romantiche" che non si discostano molto dalla rappresentazione di uno stupro o una manipolazione emotiva).
Questa superficialità con cui vengono trattati gli stereotipi del romanticismo andrebbe abolita: è talmente insinuata dentro l'immaginario collettivo da essere, semplicemente, pericolosa. Quanti film ci sono in cui il protagonista è un cafone bugiardo che si fa perdonare tutte le sue nefandezze con un grande gesto? Sono colpevoli di perpetrare la rovinosa idea "il mio fidanzato/la mia fidanzata è una persona tremenda, ma sa farsi perdonare". L'amore fatto bene non si fa perdonare: l'amore fatto bene non fa male. Ma è molto più scenico, più epico, rappresentare stanze piene di fiori, canzoni emozionanti e doni spropositati, piuttosto della lagnosa storia di due amanti che si rispettano.

Un serpente che si morde la coda: i film ci hanno insegnato un tipo di amore vanitoso, superficiale e sbagliato, noi lo abbiamo imparato, e portiamo avanti la sua eredità, scrivendo sempre più libri e sempre più sceneggiature con al centro un tipo di relazione che potrà sembrare romantica, ma che è semplicemente tossica.
La classica storia d'amore "lui è un casinista e lei una perfettina", come tutte le sue varianti, si appoggia sul sempreverde alibi della CO-DIPENDENZA. Io aborro tutto questo per un semplice motivo: la co-dipendenza, rappresentata in questo modo, giustifica e illude tutte le persone che sono in una relazione dannosa, convincendole di vivere in una favola da film. Il punto, e non penso sia nemmeno tanto difficile da afferrare, è che in una relazione di co-dipendenza non ci può essere un membro che beneficia della situazione e un membro che subisce e basta. Sempre prendendo il caso della "love story" tra disordinato e maniaco dell'ordine: il primo è in una posizione di vantaggio, perché grazie alla presenza del secondo evita di vivere in un letamaio; ma il secondo non prova piacere a ritrovarsi calzini nel cassetto delle posate, quindi non vivono una storia d'amore, ma di prigionia emotiva.
In sostanza: il peggior difetto di un partner è accettabile solo e unicamente se non apporta danni all'altra persona... e nei film d'amore standard non è così.
Il mio film d'amore preferito, anzi, forse l'unico che mi piace davvero, è la perfetta rappresentazione di co-dipendenza positiva. Parla forse di un critico gastronomico che si innamora di una chef? Eheh. No. Parla dell'amore tra un sadico e una masochista.

"Secretary" è un film del 2002 diretto da Steven Shainberg (ha diretto anche "Fur", con Nicole Kidman) e tratto da uno dei racconti raccolti in "Bad Behaviour" di Mary Gaitskill (1988). Le somiglianze con 50 Sfumature si sprecano, a partire dal cognome di lui, ma la differenza principale è a dir poco fondamentale: la protagonista di 50 sfumature non ama il sesso violento, non le piace il dolore, non vuole sotto nessun aspetto venire dominata da Mr. Grey; la protagonista di Secretary sì, eccome.
Spero che si cominci a delineare bene l'importanza che do al consenso, alla richiesta, alla voglia: una coppia deve comporsi da due persone che hanno gli stessi desideri, complementari o speculari che siano. Non dico che una persona che ama andare in vacanza al mare debba per forza sposarsi un surfista; ma una persona che ama il mare, e costringe il suo partner allergico alla salsedine ad andare in spiaggia ogni giorno, giocandosi sempre la carta del "se mi ami devi farlo per me"... dovrebbe affogare. Sul serio.
La protagonista di Secretary, Lee, è incastrata in una vita su cui non ha controllo. La sua famiglia la ignora, il suo fidanzato è un ometto insignificante; l'unica cosa che la fa sentire viva è il dolore, e per questo è stata costretta a passare del tempo in un ospedale psichiatrico. Una volta uscita da lì trova lavoro come segretaria per un avvocato di dubbia fama, un uomo schivo, misterioso, pretenzioso; non trova soddisfazione nemmeno in questa nuova occupazione, quindi non smette di procurarsi piccole ferite anche mentre è in ufficio.

Lui lo scopre. A lui piace, perché è il dolore degli altri che lo eccita, che gli fa pulsare il sangue. In un film qualunque (vedi anche 50 sfumature) lui non farebbe nulla, anzi, incoraggerebbe lei a continuare così, a dare spettacolo per lui; invece l'avvocato Grey non lo fa, anzi, impone a Lee di liberarsi di questa mania, di smetterla di ferirsi, e non lo fa con discorsini edulcorati e pseudopoetici sull'importanza della vita e del rispetto verso il proprio ordine: glielo comanda, glielo ordina, perché lui è un dominatore ed è questo il tipo di rapporto che lui conosce.
Lei obbedisce. Lei è una succube e farebbe qualunque cosa per lui, con piacere, con la sincera e onesta voglia di farlo, e soprattutto con la consapevolezza che lui non le farebbe mai (troppo) male.
Qui sta il punto fondamentale: che l'amore dovrebbe essere generoso, e attento. Una sculacciata può far male, ma se viene richiesta, e non ci si sente a disagio a darla, va data. Non è così difficile, in teoria, ma a quanto si tratta di un concetto astruso e rivoluzionario.
Questo film mi piace tantissimo anche per gli aspetti tecnici: la fotografia è strana, spesso "sbagliata", poco lusinghiera nei riguardi dei protagonisti. Non ci mostra un idillio posticcio tra due tizi belli belli in modo assurdo, ma anzi, molto spesso i volti dei protagonisti sono brutti, per i canoni estetici di Hollywood -e, quindi, più simili ai volti che vediamo ogni giorno nella vita vita, piuttosto che a quelli che affollano i cartelloni.
La colonna sonora è fatta da quel pezzo da novanta di Angelo Badalamenti, grazie a cui i film di Lynch riescono ad essere ancora più estranianti di quanto già non siano.

Ma quello che rende Secretary diverso da qualunque altra commedia romantica (sì, è una commedia, non quel tipo di commedia che fa battute sui rutti o le ciccione, ma una rara, raffinata, sottile commedia che gioca sul silenzio e sulla poesia) è che i due amanti si vogliono bene. Scoprono di volersi bene, lentamente, come in qualunque relazione davvero solida; tengono l'uno all'altra, si desiderano e vogliono essere felici insieme -lui arriva, infatti, a lasciarla, perché non vuole continuare a farle del male fisico tutte le volte che fa l'amore con lei, e la incoraggia a vivere una vita "normale"; ma lei gli si oppone, per una volta nella sua vita prende il controllo e impone la sua decisione: con lui, per sempre.